«Cominciare e non continuare» è forse l’esperienza più comune che esista. Di solito la spieghiamo con una parola sola: forza di volontà. Ma da dove viene la capacità di regolarsi, e quanto pesa nella vita? Uno degli studi più citati su questa domanda ha seguito le stesse persone per 32 anni. Vale la pena raccontarlo bene: per quello che dice, e per quello che non dice.

In sintesi

Lo studio di Dunedin (Moffitt e colleghi, PNAS, 2011) ha seguito circa 1.000 bambini dalla nascita ai 32 anni. Tra chi da piccolo aveva POCO autocontrollo, a 32 anni 27 su 100 avevano più problemi di salute e 43 su 100 una condanna; tra chi ne aveva MOLTO, 11 e 13 su 100. Famiglia e QI spiegano solo una parte di questa differenza. Ma l’autocontrollo misurato non è una «forza di volontà» astratta: è un insieme di comportamenti quotidiani (impulsi, attenzione, costanza). E il risultato è una tendenza media, non un destino.

Lo studio

Dal 1972 lo Dunedin Multidisciplinary Health and Development Study segue 1.037 persone: tutti i bambini nati in un anno a Dunedin, in Nuova Zelanda. A 32 anni ne partecipava ancora il 96%, un dato rarissimo, che permette di vedere anche le storie di chi ha avuto più difficoltà. A 32 anni sono stati valutati con visite mediche, esami del sangue, interviste, archivi giudiziari e il parere di persone che li conoscevano bene. Nel 2011 il gruppo di Terrie Moffitt ha usato questi dati per una domanda precisa: l’autocontrollo nell’infanzia predice come va la vita da adulti?

Come hanno misurato l’autocontrollo

È il punto più interessante, e quello che si dimentica più spesso. Nessuno ha chiesto ai bambini «quanta forza di volontà hai?». I ricercatori hanno combinato nove misure raccolte tra i 3 e gli 11 anni:

  • a 3 e 5 anni, gli osservatori dello studio hanno valutato la mancanza di controllo dei bambini durante le sessioni di test;
  • dai 5 agli 11 anni, genitori, insegnanti e i bambini stessi hanno valutato cinque comportamenti:
    • aggressività impulsiva;
    • iperattività;
    • scarsa perseveranza;
    • disattenzione;
    • impulsività.

Queste misure sono state unite in un unico punteggio di autocontrollo. In altre parole, lo studio non misura una «forza» interiore: misura quanto un bambino riesce a gestire impulsi, attenzione e costanza nella vita di tutti i giorni, visto da più persone e in più momenti.

Cosa hanno trovato

A 32 anni, chi da bambino aveva meno autocontrollo stava peggio in quasi tutti gli ambiti misurati: salute fisica, dipendenze, reddito, gestione dei soldi, famiglia e giustizia. Non prevedeva invece la depressione.

I numeri, tradotti

Gli autori dividono i bambini in cinque gruppi, dal minore al maggiore autocontrollo, e confrontano i due estremi: il quinto con POCO autocontrollo e il quinto con MOLTO autocontrollo. Ecco cosa succedeva a 32 anni:

A 32 anni, su 100 persone che da bambine avevano… POCO auto­controllo MOLTO auto­controllo
…avevano più problemi di salute 27 11
…dipendevano da più sostanze 10 3
…avevano un reddito molto basso (sotto i 20.000 dollari neozelandesi l’anno) 32 10
…crescevano i figli da soli, con un solo genitore* 58 26
…avevano una condanna penale 43 13

*Solo tra chi, a 32 anni, aveva già figli (il 47% dei partecipanti).

In parole semplici: tra chi da bambino aveva POCO autocontrollo, i problemi di salute erano circa 2,5 volte più frequenti che tra chi ne aveva MOLTO; le dipendenze e le condanne più di 3 volte.

Ma attenzione: anche nel gruppo con POCO autocontrollo, la maggioranza non aveva quei problemi. 73 persone su 100 non avevano più problemi di salute, 57 su 100 non avevano condanne. È un rischio più alto, non un destino.

Un gradiente, non una soglia

Non c’è una linea che separa «chi ce l’ha» da «chi non ce l’ha». Lungo tutta la scala, un po’ più di autocontrollo si associava a esiti un po’ migliori. Il legame restava anche togliendo dall’analisi i bambini con il livello più basso, e anche togliendo i 61 bambini con una diagnosi di ADHD.

Quanto conta l’ambiente?

È la domanda giusta, e lo studio risponde in quattro modi.

  1. La famiglia conta, ma non spiega tutto. I bambini con più autocontrollo venivano un po’ più spesso da famiglie benestanti e avevano in media un QI più alto. Tenendo conto di ceto sociale e QI, il peso dell’autocontrollo si riduce ma resta. Un esempio: per ogni «gradino» in meno di autocontrollo, le probabilità di avere una condanna erano 1,8 volte più alte; tenendo conto di famiglia e QI, ancora 1,7 volte (in termini tecnici, un odds ratio di 1,83 e 1,71). Per i problemi economici l’autocontrollo pesava più del ceto di origine e del QI. Nel complesso, prevedeva gli esiti adulti più o meno quanto il ceto sociale e il QI.
  2. Tra gemelli cresciuti insieme. In un secondo studio, su 509 coppie di gemelli britannici nati nel 1994–95, stessa casa e stessa famiglia, il gemello con meno autocontrollo a 5 anni a 12 anni fumava più spesso, andava peggio a scuola e aveva più comportamenti antisociali, anche a parità di QI. Quindi non è solo «la famiglia in cui cresci».
  3. Le «trappole» dell’adolescenza. I ragazzi con meno autocontrollo, più spesso, iniziavano a fumare entro i 15 anni, lasciavano la scuola senza titolo (più del doppio delle probabilità) o diventavano genitori da adolescenti senza averlo previsto. Queste trappole spiegano una parte importante del legame: il 32% per la salute, il 42% per i reati, il 61–63% per famiglia monoparentale e dipendenze. Ma non tutto: anche tra chi non era caduto in nessuna trappola, l’autocontrollo dell’infanzia continuava a contare.
  4. L’autocontrollo cambia. Il legame tra autocontrollo da bambini e da giovani adulti è solo moderato: molte persone hanno cambiato posizione. E chi è migliorato nel tempo aveva esiti migliori a 32 anni. Gli autori avvertono però che un cambiamento spontaneo non equivale a quello ottenuto con un intervento.

Lo studio non misura invece quanto dell’autocontrollo dipenda dai geni e quanto dall’ambiente: ricorda solo che, secondo la genetica del comportamento, entrambi contano.

I limiti: cosa lo studio non dice

  • Correlazione non è destino. Lo studio è osservazionale, come dicono gli stessi autori: mostra un legame robusto in media, non che una persona impulsiva da bambina sia «segnata», né che aumentare l’autocontrollo produca automaticamente quei risultati.
  • Autocontrollo non vuol dire solo volontà. Tra i comportamenti misurati ci sono iperattività e disattenzione, che dipendono anche da temperamento, sviluppo e contesto. Una parte di ciò che lo studio chiama «autocontrollo» non è una scelta.
  • Valutazioni, non misure dirette. Il punteggio nasce da giudizi di osservatori, genitori, insegnanti e dei bambini stessi: utili perché diversi tra loro, ma pur sempre valutazioni.
  • Un luogo e un’epoca precisi. I partecipanti sono nati in una città della Nuova Zelanda nei primi anni ’70. I risultati vanno confermati in altri contesti, e il confronto tra gemelli guarda solo fino ai 12 anni.
  • Le misure a 3–5 anni da sole dicono poco. Le sole osservazioni in età prescolare prevedevano gli esiti adulti, ma con effetti modesti: il quadro completo viene dall’insieme delle misure fino agli 11 anni.

La nostra conclusione

L’autocontrollo conta, e conta a lungo. Ma lo studio di Dunedin ci dice anche di cosa è fatto: impulsi, attenzione, costanza. Non un muscolo da sforzare, ma un insieme di comportamenti che dipendono anche dalle condizioni in cui viviamo.

Per questo la domanda utile non è «come trovo più forza di volontà?», ma «come rendo più facile ciò che voglio fare?»: meno distrazioni, piani più concreti, persone intorno. E se oggi fai fatica, ricorda due cose che lo studio mostra con i numeri: la maggior parte delle persone con poco autocontrollo da bambine non ha avuto quei problemi, e chi è migliorato nel tempo stava meglio da adulto.

Come può aiutarti WeSelf

  • Costruire abitudini sane. Un obiettivo diventa una settimana di piccole azioni già in agenda, con giorno e ora: meno decisioni da prendere quando l’attenzione è scarsa.
  • Trovare chi ha il tuo obiettivo. Condividi un obiettivo con un amico: la costanza è più facile quando qualcuno ti aspetta.
  • Una comunità dove ci si sostiene. Se salti un giorno, nella Community anonima trovi chi ci è passato, senza giudizio.
  • Uno specialista, se serve. Se impulsività o disattenzione ti pesano davvero, puoi chiedere tu il contatto di uno specialista e decidere tu cosa mostrargli.

Un’onestà necessaria: lo studio riguarda i meccanismi psicologici, non WeSelf in sé. WeSelf non risolve le situazioni difficili: prova a dare uno strumento a chi le vive.

Fonte

Moffitt T.E., Arseneault L., Belsky D., Dickson N., Hancox R.J., Harrington H., Houts R., Poulton R., Roberts B.W., Ross S., Sears M.R., Thomson W.M., Caspi A. (2011). A gradient of childhood self-control predicts health, wealth, and public safety. Proceedings of the National Academy of Sciences, 108(7), 2693–2698. https://doi.org/10.1073/pnas.1010076108